Se questo è un uomo



Come pensate sarebbe la vostra vita se foste costretti ad abbandonare la vostra terra, i vostri cari e tutto ciò che avete per trovarvi d'improvviso in un mondo sconosciuto ed ostile? Immaginatevi su un marciapiede di Lubutu o di Kampot, scaricati dopo un viaggio infernale. Unici bianchi in un mare di neri o di gialli, non capite una parola. Niente soldi, niente amici, nulla di nulla se non una grande delusione ed un filo di cocciuta speranza. Facce dure, sguardi taglienti, frasi incomprensibili ma dal tono inequivocabile ribadiscono, nel caso non l'aveste capito, che non siete i benvenuti.

Che fareste dunque al calar della sera, mentre comincia a far freddo e giunge l'ora nella quale si desidera far ritorno al proprio nido? Pensateci, se potete. Adagiati su una bella poltrona, nelle nostre comode case, un pensiero del genere può durare al più qualche minuto, un esercizio presto dimenticato per qualche altra distrazione. Ma sul marciapiede, sotto la pioggia o con lo stomaco vuoto c'è qualcuno che vorrebbe dimenticare, ma non può.

Quando si presenta l'occasione di scambiare due parole con qualcuno giunto da lontano cerco se possibile di approfittarne. Mi vergogno un po' a comperare la storia di una vita con un paio di monetine, una scatola di biscotti o una coca cola, ma voglio sapere. Come ti chiami fratello, da dove vieni, come ti va. Fratello no, in realtà, suonerebbe come una presa per il culo. Trovo un certo sospetto, all'inizio, ma non c'è una volta in cui non venga congedato con un sorriso. Una storia e la vista di un sorriso su un volto triste per un euro. Mi sembra di rubare le caramelle ad un bambino, ma sono un egoista e lo faccio senza scrupoli.

Orok sta in piedi accanto all'ingresso del Lidl, con un cappellino in mano. Non si capisce bene se attende un amico o cerca l'elemosina, forse non lo sa neppure lui. Saluta i passanti, e li guarda voltarsi dall'altra parte per non ricambiare il saluto. Hanno paura di dovergli dare qualcosa, o forse hanno paura di vedere nei suoi occhi l'eco di un mondo che vogliono ignorare, costi quello che costi. Orok viene dalla Nigeria, non capisce una parola di italiano. Mi racconta, col suo inglese dall'accento insolito, che dove stava aveva un lavoro come camionista. Non un gran che, ma quel che bastava per tirare avanti. Il miraggio di una vita migliore, di una facile ricchezza, o forse l'inganno di qualche trafficante l'hanno portato a Cervignano, a mendicare spiccioli e cibo davanti ad un supermercato. Molti si arrangiano come possono, lui mi dice che avrebbe potuto vendere merce dalla Svizzera, ma "drug is a crime, and is bad for your head. I don't want to have anything to do with it". "I had a work, and now I have to beg for food". Avevo un lavoro, e ora devo chiedere l'elemosina per mangiare. Gli dico che non è un bel momento neppure per gli italiani, che in questi mesi molte fabbriche hanno chiuso e che sarà difficile trovare qualcosa da fare. Ma lui mi insegna un'altra lezione, mi dice che piano piano metterà da parte i soldi per comperarsi un camion e tornerà a guidare. Non sarà oggi, non sarà domani, ma ce la farò. Guardo le monetine nel suo cappello e mi prende un groppo allo stomaco. Magari potrai cominciare con un furgone, gli rispondo, e l'autoarticolato te lo compri più avanti. Niente amici, niente soldi, niente di niente se non un filo di cocciuta speranza. Potrei mai portargli via anche quella? Gli auguro buona fortuna, e lui mi saluta sorridendo.

La prossima volta che vi accadrà di incontrare qualcuno giunto da lontano e vi verrà voglia di non guardare perché sono subdoli, perché rubano, perché in un giorno guadagnano centinaia di euro, perché è tutto un giro di sfruttamento gestito dalla mafia, ascoltatemi e fermatevi un minuto. Come ti chiami, da dove vieni, come ti va. Forse è vero, magari avete trovato un furbo o uno che con gli accendini si è arricchito. Chiedeteglielo però, comprategli una storia. Gli darete un po' di calore, e vi farà bene. Comprategli una storia, e sarà un euro ben speso. Comprategli una storia, e non sarete più gli stessi.

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